Cultura indiana

Ganesha

Ganesha

Sfogliando le mie solite pagine web ho letto dell’avvicinarsi della festa induista denominata Ganesh Chaturti, che cade dopo il quarto giorno dalla luna nuova nel mese di Bhadrapada, sesto mese dell’anno per il calendario hindu e corrispondente al periodo che va dal 23 agosto al 22 settembre nel calendario gregoriano, ovvero, per il 2014, il 29 agosto.
Le celebrazioni si protraggono per dieci giorni con preghiere, canti, pujas (offerte rituali), e presuppongono un lungo lavoro nei mesi precedenti. Vengono realizzate statue del dio, in gesso o cartapesta, delle più svariate dimensioni, che vengono poi posizionate in apposite strutture dette mandapas, preparate da comunità o confraternite con lo scopo di raccogliere offerte. Ognuno si adopera al meglio per curare gli addobbi, per avere la statua più grande e la ragione è semplice quanto più grande sarà la statua, maggiore sarà il numero di fedeli che le si avvicineranno per il Darshan, la contemplazione, aumentando così anche le offerte raccolte dalla confraternita. Le celebrazioni terminano con una lunga processione che vedono le statue di Ganesha sfilare per le strade di città e villaggi fino a raggiungere un corso d’acqua o le rive del mare dove vengono deposte, conservare le statue dopo il decimo giorno è considerato portatore di influssi negativi.
Ma chi è Ganesha? E’ probabilmente una delle divinità più conosciute ed amate di tutta l’India, è il dio rappresentato con il corpo umano e la testa di elefante. La storia più nota legata alla sua iconografia è forse quella contenuta nello Shiva Purana e racconta di come sua madre, Parvati, per difendersi dalle insistenze del marito, Shiva, il quale si rifiutava di lasciarla sola anche quando si concedeva un bagno, rimosse dal suo corpo la pasta di sandalo con cui si era cosparsa usandola per modellare la figura di un ragazzo. Soffiò sulla statua per darle vita e le comunicò di essere sua madre e che il suo compito consisteva nel sorvegliare l’entrata mentre lei faceva il bagno. Quando Shiva si presentò all’entrata il ragazzo si rifiutò di farlo passare, ci fu una lotta e alla fine il ragazzo venne decapitato. Parvati alla vista di tale orrore divenne furiosa, minacciando la distruzione del mondo trascinandolo nel suo dolore. A quel punto Shiva, resosi conto dell’errore commesso, ordinò alle sue moltitudini celesti (ganas) di portargli la testa del primo essere vivente che avessero incontrato e il caso volle che fosse quella di un elefante. La testa del pachiderma fu posta sul corpo del ragazzo riportandolo in vita. Shiva lo ribattezzò con il nome di Ganapati, che significa capo delle schiere celesti, concedendogli che chiunque lo adorasse prima di iniziare qualsiasi attività venisse favorito.
E così Ganesha divenne il Signore dei buoni auspici, colui che porta fortuna e prosperità, colui che aiuta a superare ogni difficoltà, colui che rimuove gli ostacoli di natura materiale e spirituale. Rappresenta anche – secondo alcune dottrine di origine tantrica – l’energia che risiede nel Muladhara Chakra, gli hindu si rivolgono a lui prima di iniziare ogni attività, le sue statue sono presenti ovunque in India. La tradizione vuole che anche i canti devozionali, i cosiddetti bhajan, si aprano con una invocazione a Ganesha.
Riguardo la simbologia, ci sono alcuni elementi caratteristici nella figura del Dio Elefante ed ognuno di essi ha un significato specifico:

  • innanzitutto la testa d’elefante, simbolo di fedeltà, intelligenza e potere discriminante. Tutte le qualità del pachiderma sono racchiuse nell’immagine di Ganapati, nonostante sia l’animale più grande e forte della foresta è tuttavia un animale delicato e vegetariano, dunque non uccide per mangiare. E’ un animale fedele e affettuoso verso i suoi guardiani, molto docile se trattato con amore e rispetto, ma capace di distruggere ogni cosa se provocato e Ganesha, dio potente e amorevole, rappresenta bene questa dualità;
  • la zanna spezzata (Ekadanta) indica la capacità di superare ogni dualismo;
  • le orecchie larghe denotano saggezza, capacità di ascolto e di riflessione sulle verità spirituali;
  • la proboscide ricurva rappresenta le potenzialità intellettive, che si manifestano nella facoltà di discriminazione tra reale ed irreale (Viveka);
  • il tridente di Shiva, rappresentato al centro della sua fronte, simboleggia il Tempo (passato, presente e futuro) di cui Ganesha è padrone;
  • il grande ventre contiene infiniti universi, rappresenta inoltre l’equanimità, la capacità di vivere ogni esperienza serenamente e con distacco, ma indica anche la capacità del dio di inghiottire i dolori dell’intero universo e di proteggere così il mondo;
  • la gamba che poggia a terra e quella sollevata indicano l’atteggiamento che si dovrebbe assumere partecipando alla realtà materiale e a quella spirituale, ovvero la capacità di vivere nel mondo senza essere del mondo;
  • le quattro braccia di Ganesha (questa è la rappresentazione più tipica, ma ci sono icone che arrivano fino a 14 braccia) rappresentano i quattro attributi interiori del corpo sottile, ovvero mente, intelletto, ego e coscienza condizionata ed ogni attributo ha un suo simbolismo specifico: in una mano brandisce un’ascia (Ankusha), simbolo della recisione di tutti i desideri, portatori di sofferenza; la seconda mano stringe un lazo (Pasha), simbolo della forza che lega il devoto all’eterna beatitudine del Sé; la terza mano rivolta al devoto in un atto di benedizione (Abhaya Mudra); la quarta mano regge un dolce (Modaka), simbolo dell’elevazione spirituale umana.

L’ultimo elemento relativo all’iconografia della divinità è il topolino (Mushika), esso rappresenta l’ego, la mente, ed è il veicolo su cui Ganesha si sposta. Si tratta di una figura altamente enigmatica, innanzitutto per la differenza di dimensioni che evidenzia l’incapacità, per un essere così piccolo, di sostenere un peso così grande e, in secondo luogo, per essere notoriamente un animale che incute timore ai pachidermi. Sembra che ciò stia ad indicare che chi è saggio, non trova nulla di sproporzionato o brutto nell’universo. Il topo è comparabile all’intelletto che mosso dalle fluttuazioni della mente (Cittavritti), a volte si avventura in territori corrotti ed indesiderabili e, rappresentandolo ai piedi del signore Ganesha, si indica che l’intelletto è stato domato dalla sua capacità di discernimento. Spesso accanto ad esso vi è un piatto di cibo, rappresenta la mente che è stata completamente assoggettata alla facoltà superiore dell’intelletto, la mente sottoposta ad un ferreo controllo, che fissa Ganesha e non si accosta al cibo se non ne riceve il permesso.
om-46
Come tutte le divinità possiede 108 nomi, tra questi ricordo il sopracitato Ganapati, Signore delle Schiere Celesti, Vighna Vinashaka, Distruttore degli ostacoli, Ekadanta, dall’unica zanna, Mushika Vahana, Colui che cavalca il topo, e così via, ma vorrei ricordare anche l’appellativo Omkaresha o Omkareshvara, Signore la cui forma è OM (vedi immagine a lato), infatti, se ben osserviamo la sua figura, possiamo notare come ricalchi i contorni della sillaba sanscrita che indica il più noto dei Bija Mantra, per questo Ganesha è considerato l’incarnazione del Cosmo intero, Colui che sta alla base di tutto ciò che è manifesto (Vishvadhara). Per fare un parallelismo con la cultura occidentale: “In principio era il Verbo, / il Verbo era presso Dio / e il Verbo era Dio.” (Giovanni 1,1), ovvero il suono primordiale che scaturisce da lui generando così l’intero universo manifesto.
La cultura indiana è così vasta che si potrebbe continuare a scrivere ancora a lungo riguardo a questa divinità, tanti sono i simboli, tante sono le leggende, i racconti, è per questo che la trovo così affascinante.
Concludo questo articolo citando il mantra di Ganesha, la formula che si usa pronunciare prima di iniziare ogni attività proprio per augurarsi e attirare a sè la buona sorte:

Om Gam Ganapataye Namaha

La tradizione vuole che, per beneficiare appieno degli effetti, il mantra venga ripetuto (japa) 108 volte, ma alcuni sostengono che basti enunciarlo (uccara) una sola volta con la dovuta concentrazione, in ogni caso, se non 108, basta ripeterlo per un numero dispari di volte (ad es. 11).

Per chi volesse approfondire, può leggere la Ganapati Upanishad e Sri Ganesha Stotram, due antichi testi vedici noti anche come i libri della fortuna.

Namaste

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Social Widgets powered by AB-WebLog.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: