Pensieri

Yama e Niyama

Yama e Niyama

Il titolo forse non significherà molto per la maggior parte della gente, mentre chi pratica yoga conosce – o meglio, dovrebbe conoscere – cosa è scritto dietro queste parole.
Alla luce dei recenti fatti e sulla scia dei vari commenti – più o meno intelligenti – apparsi sui social network, mi piacerebbe far conoscere il significato di alcuni concetti che potrebbero essere alla base di un mondo migliore, quantomeno quello che ci circonda.
Le parole Yama e Niyama compaiono nel terzo libro degli Yogasutra di Patanjali e riguardano l’aspetto etico dello yogin, il praticante yoga. Credo però che siano concetti universali, che si possano estendere, nei dovuti modi, anche a chi non pratica yoga, perché in fondo questa disciplina non si limita alla mera esecuzione di bellissime acrobazie sopra un tappetino, significa soprattutto saper portare l’esperienza della propria pratica nella vita di tutti i giorni. Mi piace ricordare un paragone fatto da Elena De Martin durante il suo ritiro di Ashtanga Yoga a Goa del 2014: “…il tappetino è come il palcoscenico della vita, le asana sono le situazioni che ci si parano di fronte, possono essere più o meno complicate e comunque siano dobbiamo imparare ad affrontarle, ad entrarci ed uscirci in maniera equilibrata…”.
Ma torniamo a noi, Yama e Niyama, rispettivamente le cinque regole etiche universali e le cinque virtù, cercherò di illustrarle nel modo più semplice e schematico possibile, cercando di darne un significato generale, che possa avere un senso ed un’applicazione pratica nella vita di tutti i giorni.

Yama, le 5 morali universali

  • Non-violenza (Ahimsa), un concetto che si commenta da solo ed è inteso in senso generale, non violenza verso il proprio prossimo, verso gli animali ed ogni forma di vita in genere, verso l’ambiente che ci circonda, verso noi stessi.
  • Sincerità (Satya), essere onesti con sè stessi in primis e con gli altri ci renderà liberi da tante maschere.
  • Onestà (Asteya), intesa non solo nel senso di non rubare, ma, più in generale, di non cercare privilegi che non ci appartengono, di non cedere alla corruzione, bisogna cercare di bastare a sè stessi.
  • Continenza (Brahmacharya), questo è un punto che potrebbe dare adito a molti fraintendimenti, mi piace interpretarlo nel senso di mantenere il giusto atteggiamento ed equilibrio verso i piaceri della vita.
  • Non possesso (Aparigraha), non possiamo pretendere di possedere qualcosa o qualcuno, avremo persone e cose che ci accompagneranno durante la nostra esistenza, ma non dobbiamo esservi attaccati in maniera morbosa, nasciamo nudi e moriremo tali.

Niyama, le 5 virtù

  • Purezza (Saucha), intesa non solo nel senso della pulizia fisica, ma anche del pensiero e della parola e a questo punto mi viene da citare il primo accordo di Miguel Ruiz:

    “Sii impeccabile con la parola”

  • Accontentarsi (Santosha), sentirsi felici ed appagati per ciò che si ha, anche se è poco, questo non significa non avere aspirazioni, non cercare di migliorarsi o rassegnarsi, ma semplicemente non essere attaccati al risultato delle proprie azioni, essere contenti per ciò che si è e non per ciò che si ha.
  • Autodisciplina (Tapas), la parola sanscrita tapas significa calore, ardore, vuole significare lo sforzo fatto dal praticante yoga per raggiungere uno scopo più elevato nella vita. In un contesto quotidiano lo descriverei come l’impegno e la passione che dedichiamo alle nostre attività, affinchè possano essere di giovamento non solo a noi stessi ma anche a chi ci circonda.
  • Studiare sè stessi (Svadhyaya), cercare di comprendere pienamente sè stessi per riuscire ad abbandonare la maschera dell’ego.
  • Armonizzarsi con il tutto (Ishvarapranidhana), letteralmente il termine sanscrito significa “deporre i frutti delle proprie azioni ai piedi di Dio”, ma non voglio alimentare una discussione religiosa e preferisco, come alcuni interpreti, leggere questo principio come consapevolezza di aver fatto del proprio meglio sempre e comunque.

Se ci riflettiamo bene, non sono concetti nuovi, sono stati elaborati tra il IV e il II secolo a.C., probabilmente li abbiamo sentiti e risentiti in forme diverse ma, come dicevano i latini, repetita iuvant. Nessuno di noi può cambiare il mondo da solo e di certo ci vorrà del tempo affinchè le cose cambino, ma un piccolo sforzo nella direzione giusta potrebbe fare la differenza nei nostri mondi quotidiani e chissà che l’effetto non possa diventare virale.

Lokah Samastah Sukhino Bhavantu

Namaste

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